Bianco, rosso, rosé… e arancio. Conosciuti come “orange wines”, questi vini aranci stanno diventando sinonimo di vini naturali, ecologici. Antichi per metodo di produzione, contemporanei per la loro filosfia. Gli orange wines derivano dalla macerazione prolungata del mosto di uve bianche a contatto con le bucce, che rilasciano tannini e una complessa gamma aromatica, dagli aromi primari dell’uva alla frutta matura e secca, con note erbacee e fragranti. In realtà questa scelta di produzione influisce profondamente sullo stile del vino. La durata della macerazione altera il gusto del vino e il suo colore, ed è possibile eseguirla sia nel tino d’acciaio che nella barrique oppure anche in anfora.

L’uva viene coltivata con sistemi rigorosamente naturali ed eco sostenibili. La vendemmia è esclusivamente manuale e i processi di vinificazione si svolgono in modo naturale con l’uso minimo di procedimenti enologici. Gli orange wines sono vini ecologici la cui produzione rispetta le regole dei vini ecologici UE (divieto di concentrazione attraverso il raffreddamento e de-alcolizzazione) e il valore dei solfiti presenti nel vino non deve superare la metà del limite stabilito dall’UE per i vini ecologici bianchi (75 mg/l).

Dietro questi vini c’è la passione e l’inventiva di audaci produttori, con l’obiettivo di creare dei vini con una precisa identità, ma soprattutto “naturali”. Alcuni di questi infatti producono vino rispettando le leggi della natura, altri “rispolverano” tecniche che risalgono agli antichi viticoltori georgiani. Sono produttori che lasciano riposare il vino in anfore, in contenitori aperti, che trattano le loro viti senza aiuti chimici e che spesso si trovano ad “reinventare le regole” di queste tecniche ormai lontane nel tempo, una produzione, quindi, molto interessante sia dal punto di vista storico che “etico”.

Le origini dell’orange wine si possono datare alla nascita del vino stesso, ovvero ai tempi dell’antica Roma, dove le vinificazioni si effettuavano dopo un lungo periodo di macerazione delle uve bianche e nere. Sono chiamati in Inglese perchè la terminologia “orange wine” nasce negli Stati Uniti nel 2008, ma si tratta più di una ri-scoperta. In realtà, la storia inizia in Italia negli anni 90 con l’utilizzo di anfore georgiane. Questa tipologia di vinificazione dà in realtà molta energia e finezza e permette di esaltare la freschezza e la struttura (tannica) che alcune uve come gli Chardonnay del sud e il Pinot grigio faticano a sviluppare naturalmente.

Tecnicamente parlando, gli orange wine sono dei vini bianchi sottoposti a macerazione sulle bucce, vinificati di fatto, in rosso. La vinificazione delle uve bianche, infatti, non prevede di lasciare le bucce a contatto con il mosto in fase fermentativa, come avviene per le uve rosse. Questa scelta regala al vino il suo colore arancione e una complessità olfattiva che solitamente non è presente nei vini bianchi. Potremmo scherzosamente dire che sono dei bianchi che si divertono a travestirsi da vini rossi, almeno al palato.

“Sono vini particolari che” come dice Paolo Zaccaria, “o li si ama o li si odia, esperimenti che a volte sono in grado di regalare grandi esperienze gustative” come il “Breg Anfora” di Gravner o il “Cinque Terre” di De Battè.

Gli orange wine all’olfatto ricordano spesso note di miele e frutta e nei casi ben riusciti sanno di deja vu temporali, di passato, di “antichità”, di origini.

Se si vuole chiamarli all’italiana, potremo definirli dei bianchi macerati, e anche se sono ancora poco conosciuti stanno riscontrando sempre più l’interesse e la curiosità degli appassionati di vini.

 

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